MIS – MORTE IMPROVVISA SPORTIVA

Brasile. Collasso in campo, muore Fred centrocampista del Mesquita.

 Un collasso durante una partita di calcio, così è finita la vita di Fred, Frederico Da Costa Pinheiro, il centrocampista brasiliano di 26 anni, morto sabato durante una gara del campionato carioca di seconda divisione. Il calciatore brasiliano ha avuto un collasso mezz’ora dopo l’inizio della partita, giocata nello Stato di Rio de Janeiro.

Dopo aver ricevuto i primi soccorsi in campo, l’attaccante del Mesquita è stato trasportato in un ospedale di Cabo Frio, dove però sono risultati inutili i tentativi di rianimarlo. Il club America, proprietario del cartellino di Fred, ceduto in prestito quest’anno al Mesquita, non conosce ancora le cause della morte del centrocampista. Lo ha detto il direttore sportivo del club, l’ex calciatore del Barcellona e del Brasile Romario, attraverso il sito ufficiale della società.

(Blitzquotidiano.it)

 

Calcio. Morto David Di Tommaso difensore dell’Utrecht. Incerte le cause.

Amsterdam, 29-11-2005

Il calciatore dell’Utecht, Davide Di Tommaso, di 26 anni è stato trovato morto nella sua abitazione.

 

David Di Tommaso con la maglia rossa dell’Utrecht

 

“Esperti medici stanno investigando per determinare le cause della morte”. Così il medico sociale dell’Utrecht è intervenuto sulla morte del 26enne David Di Tommaso, deceduto nella notte durante il sonno. Il quotidiano olandese ”De Telegraaf” ha parlato di arresto cardiaco, ma al momento non ci sono referti medici che confermano tale ipotesi.

“La scorsa notte – ha proseguito il medico – ha mangiato ed è andato a dormire come al solito. Non si è lamentato per qualche dolore”.

Il giovane era di origine francese e giocava nella squadra olandese dal 2004 che ha escluso ogni coinvolgimento dell’atleta in questioni di doping.

Di Tommaso, che era stato campione di Francia e aveva giocato nel club del monaco, lascia la moglie ed un figlio.

(rainews24)

CUNEO, MUORE A 17 ANNI  MENTRE GIOCA A CALCIO

Domenica 13 Marzo 2011 – 06:07

CUNEO - E’ caduto a terra nei minuti finali della partita e subito è stato soccorso dai compagni e dagli avversari. Uno di loro, medico, ha tentato di rianimarlo, senza riuscirci. È stato chiesto l’intervento dell’ambulanza, ma poco dopo il ricovero in ospedale, a Cuneo, è sopraggiunta la morte. E’ finita così, a soli 17 anni, la vita di Nicola Cantoni, di Limone Piemonte (Cuneo). Il ragazzo stava giocando di sera una partita amatoriale alla periferia di Cuneo quando si è accasciato al suolo mentre l’azione di svolgeva da un’altra parte del campo. La tragedia è avvenuta sul campo di calcio della frazione Passatore di Cuneo. Cantoni, che faceva l’elettricista ed era di origini bergamasche, era un difensore del ‘The Bombardier Group’, squadra di calcio amatoriale di Borgo San Dalmazzo, che milita nel torneo Acsi, Eccellenza girone A. Secondo le prime informazioni raccolte sul posto, all’inizio del campionato Nicola Cantoni aveva sostenuto le visite mediche previste dai regolamenti ed era in buona salute. È stata disposta l’autopsia per stabilire le cause di quello che sembra essere stato un arresto cardiaco. Lascia i genitori e una sorella.

(leggo.it)

Il terzino, 22 anni, era stato colpito da un infarto sabato nel match contro il Getafe. Nonostante i rapidi soccorsi, le sue condizioni erano apparse subito molto gravi.

Spagna, dramma nella Liga è morto Antonio Puerta.

 

Rinviata la gara con L’Aek Atene. Confermata la Supercoppa con il Milan

 

Puerta accompagnato fuori dal campo dal medico sociale

ROMA - Antonio Puerta, il 22enne difensore del Siviglia colpito da un infarto sabato sera nella gara contro il Getafe, è morto. Il calciatore si trovava nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Virgen del Rocio di Siviglia e respirava con l’ausilio delle macchine.
Puerta si era accasciato alla mezz’ora del primo tempo del match di sabato contro il Getafe. Dopo aver ripreso conoscenza ed essere uscito dal terreno camminando, il giocatore aveva di nuovo perso conoscenza negli spogliatoi.
Nonostante gli immediati interventi del personale medico, Puerta aveva avuto diversi arresti cardiaci, che avevano causato danni cerebrali. Le sue condizioni erano apparse subito molto gravi. Nell’ultimo bollettino, diramato questa mattina, i medici dell’ospedale avevano espresso un giudizio sfavorevole sull’evoluzione del suo quadro clinico per i “danni cerebrali causati dalla mancanza d’ossigeno e dalle disfunzioni seguite all’arresto cardiaco”.
L’infarto di Puerta è stato causato da una displasia del ventricolo destro molto difficile da scoprire, anche se già si prevedono polemiche. I due collassi di cui il giocatore aveva sofferto un anno fa a Badajoz e quest’anno durante un allenamento gettano ombre sui test di idoneità ai quali era stato poi sottoposto.
La carriera. Antonio Puerta era nato a Siviglia il 26 novembre del 1984 e nella sua carriera da calciatore ha sempre indossato la maglia della squadra della sua città. Centrocampista mancino, era considerato uno dei giovani più promettenti del calcio spagnolo e si era già guadagnato l’interesse di alcuni grandi club, fra i quali anche il Real Madrid.

Puerta, che vantava anche una presenza con la nazionale spagnola, con il Siviglia aveva conquistato per due volte la coppa Uefa, una Supercoppa Europea, una Supercoppa di Spagna e una Coppa del Re. La salma del calciatore sarà trasferita allo stadio Ramon Sanchez Pizjuan, dove il Siviglia sta allestendo una camera ardente.

Le decisioni dell’Uefa. Intanto dopo la morte del giocatore l’Uefa ha rinviato la partita Aek Atene-Siviglia, in programma per questa sera. Il club andaluso ha chiesto e ottenuto lo slittamento della gara, valida per il ritorno del turno preliminare di Champions League. La partita si giocherà lunedì. Resta invece confermata la sfida di Supercoppa Europea con il Milan, in programma venerdì.

I rossoneri hanno immediatamente espresso il proprio cordoglio per la morte di Puerta in una nota pubblicata sul sito ufficiale della società. “Il Milan – si legge nella nota – resta a disposizione e condivide fin d’ora qualunque decisione verrà adottata dall’Uefa per la disputa o meno della gara di SuperCoppa Europea”.

I precedenti. Il nome di Puerta va ad aggiungersi alla lunga lista di giocatori deceduti sul campo da gioco. Altri due calciatori erano scomparsi recentemente nelle stesse circostanze: nel gennaio 2004 l’ungherese Miklos Feher del Benfica morì durante un match di campionato sempre a causa di un arresto cardiaco. Sette mesi prima la stessa cosa era accaduta al camerunense Marc-Vivien Foe, durante il secondo tempo della semifinale di Confederations Cup giocata a Lione tra Camerun e Colombia.

 

(repubblica.it)

E’ morto Daniel Jarque, capitano dell’Espanyol

08/08/2009

 

Terribile lutto nel mondo del calcio: è morto a 26 anni Daniel Jarque, difensore dell’Espanyol. Il calciatore è stato colpito da infarto mentre era con la squadra a Coverciano; domani avrebbe giocato un’amichevole contro il Bologna.

Jarque era in albergo, al telefono con la moglie Jessica, quando improvvisamente ha perso i sensi. E’ stata proprio la ragazza ad allarmare telefonicamente i compagni di squadra, che al loro arrivo in stanza hanno trovato Daniel già senza vita.

Difensore di 185cm, nato a Barcellona, Jarque era una delle colonne della squadra catalana, dove ha sempre militato (nel 2002 l’esordio nella squadra maggiore). Da poco di un mese per lui l’onore di essere nominato capitano.

A comunicare le cause della morte è il club catalano: “Il giocatore è deceduto a causa di una crisi sistolica. Il medico del club, il dottor Cervera, ha tentato un primo intervento con un defibrillatore, ma senza riuscire a rianimarlo. Nel giro di pochi minuti è arrivata un’ambulanza da Firenze. Anche il personale d’emergenza ha tentato di intervenire con il defibrillatore che aveva a bordo, ma di nuovo senza riuscire a rianimarlo”. Una tragedia che ricorda da vicino un altro terribile lutto del calcio spagnolo, quello che due anni fa colpì Antonio Puerta.

 

(excite.it)

Il 24enne giocatore del Benfica morto d’infarto a Guimaraes. L’ambulanza non riusciva a entrare: fatali i 15′ di attesa? 
Soccorsi lenti e tanti sospetti polemica sul dramma di Feher
di PAOLO ROSSI

ROMA - Sono più le domande della commozione in Portogallo, il giorno dopo la scomparsa di Miklos Feher, il 24enne attaccante ungherese del Benfica di Lisbona e della nazionale, morto in campo nei minuti finali domenica sera a Guimaraes: un’ammonizione, un sorriso sarcastico all’arbitro e l’arresto cardiocircolatorio. Il resto sono immagini terribili della diretta televisiva, che hanno fatto il giro del mondo: lo choc dei compagni, le lacrime, le mani nei capelli, la corsa disperata del medico sociale, il ritardo dell’ambulanza.

“Conoscevo Miklos Feher da più di quattro anni, ma non ha mai avuto problemi cardiaci, e inoltre non ha mai preso medicine contro disturbi cardio-vascolari” s’è affrettato a dire Dezso Lejko, ex medico della nazionale magiara.

Il dolore generale non ha avuto il sopravvento sul perché. Manco avesse voluto farlo apposta Joseph Blatter, il gran capo della Fifa, giusto un paio di giorni fa aveva ricordato la morte del camerunense Foè, anche lui sul campo lo scorso 26 giugno, per un aneurisma. “La sua morte ci ha colpito. Ma se fosse stato sottoposto a esami medici più approfonditi, e non solamente a un test sotto sforzo, forse si sarebbe scoperto che soffriva di d’ipertrofia cardiaca”.

Oggi il corpo di Feher, un ragazzo che doveva sposarsi a giugno e che era amato da tutto lo spogliatoio, lascerà lo stadio da Luz, ieri meta di pellegrinaggio, e volerà verso Tatabanya, dov’era nato in Ungheria nel ’79. Ai funerali parteciperà anche Lothar Matthaeus, ct dell’Ungheria, che ieri era distrutto: “Non posso crederci: era uno dei giovani sui cui puntavo per la ricostruzione della squadra”, ed Antonio Camacho, l’allenatore che ha parlato con le sue lacrime.

Dalla tristezza al sospetto, però respinto: nessuno vuol credere a quello cui molti pensano e insinuano, il doping. “Non so se c’entri qualcosa” ha detto per esempio Sinisa Mihajlovic, che in agosto aveva marcato Feher nei preliminari di Champions League con la Lazio. “Sono tredici anni che sono in Italia e non ho mai preso niente. E neanche nelle squadre in cui ho giocato ho mai avuto sentore di doping, ma se se ne parla qualcosa ci sarà”. L’autopsia, effettuata ieri, non ha chiarito molto: si è deciso di procedere ad esami patologici ed anche tossicologici. Insomma non si vuol trascurare nessuna ipotesi.

La rabbia, tanta, è invece per i soccorsi lenti: la polemica sullo stadio del Vitoria, una delle sedi dei prossimi Europei, sta montando non solo in Portogallo. I quindici minuti di ritardo dell’ambulanza gridano ancora vendetta, e forse avrebbero potuto cambiare le cose e salvare Feher, come sottolinea Ernesto Alicicco, medico della Roma che salvò Manfredonia nel 1989: “La velocità in quei momenti è decisiva”. Invece a Guimaraes, dove l’Italia giocherà due partite (con Danimarca e Bulgaria), l’autista della Croce Rossa portoghese al momento di entrare nell’impianto s’è trovato di fronte ad un imprevisto muretto, ed ha dovuto attendere che gli facessero una breccia per farlo entrare.

Così, oltre all’inchiesta giudiziaria, è stata avviata anche un’altra sportiva, quella della Uefa, a questo punto dubbiosa sullo stato generale dell’organizzazione in previsione della kermesse europea di giugno/luglio. Per il momento la Figc non ha fatto passi ufficiali, ed attende gli sviluppi delle verifiche Uefa.

(repubblica.it)

Malore per un dilettante.

Lo salva il defibrillatore.

A Piacenza un amatore di 46 anni si sente male in campo, lo salva l’intervento dei medici e soprattutto il macchinario presente a bordo campo. Nella provincia, all’avanguardia in Europa sotto questo profilo, nei 13 anni in cui il progetto è stato portato avanti, sono state salvate 80 persone.

PIACENZA - Nel giorno della tragedia di Piermario Morosini, sfiorato un dramma analogo in un campo alla periferia di Piacenza. Solo il tempestivo intervento di due medici e l’utilizzo del defibrillatore ha salvato la vita ad un calciatore dilettante, Massimo Proietti, 46 anni: la sua prognosi è tuttora riservata, ma i medici sperano di salvargli la vita. Determinante è stata la presenza di un defibrillatore a poche decine di metri dal campo e di due medici che sono intervenuti tempestivamente, prima dell’arrivo dell’ambulanza.
Massimo Proietti stava giocando con la maglia della Libertas nel Campionato Amatori ed affrontava la Vittorino da Feltre, sul campo di questa società, che è dotata da anni del defibrillatore e di soci abilitati al suo uso. Quando, nel corso della gara, il calciatore si è accasciato, sono subito accorsi un collega che era in campo nella squadra avversaria, Sandro Pagani, ed il vicepresidente della Vittorino da Feltre, Salvatore Fermi, anch’egli medico. Proietti era in arresto cardiaco. E’ stato immediatamente defibrillato dai due sanitari ed il suo cuore ha ripreso a battere ancor prima dell’arrivo dell’ambulanza.
Il Progetto ‘Vita’ di Piacenza è stato il primo progetto Europeo di ‘defibrillazione precoce’ sul territorio realizzato in Italia (nel 1998) per prevenire la morte improvvisa dovuta ad arresto cardiaco. E’ stato ideato a Piacenza dal professor Alessandro Capucci e dalla dottoressa Daniela Aschieri ed attualmente in provincia di Piacenza sono attivi 250 defibrillatori

grazie ai quali in tredici anni sono state salvate circa 80 persone. Si tratta di un progetto che molte città italiane (e non solo) hanno chiesto in questi anni di importare.

 

(repubblica.it)

 

Morosini muore in campo il malore durante Pescara-Livorno.

Il centrocampista è caduto a terra privo di sensi. Gli hanno praticato il massaggio cardiaco e trasportato in ospedale con l’ambulanza, arrivata in ritardo. Lacrime in campo e sugli spalti. Il giocatore è morto in ospedale. Campionati sospesi.
Piermario Morosini crolla a terra all’improvviso durante la partita. Cade per tre volte, tentando di rialzarsi. Il massaggiatore del Livorno subito capisce il dramma, corre in campo, lo soccorre. L’arbitro ferma il gioco, i sanitari gli praticano un massaggio cardiaco, arriva l’ambulanza, in ritardo di qualche minuto a causa di un’auto dei vigili che bloccava l’accesso allo stadio del mezzo. Il giocatore è  portato all’Ospedale Civile Santo Spirito di Pescara, i calciatori del Livorno e del Pescara sono in lacrime, urlano di rabbia e dolore. Morosini viene messo in coma farmacologico, ma non ce la fa.
Morosini è deceduto nella sala del Pronto Soccorso dell’ospedale civile di Pescara. Secondo una prima diagnosi, sarebbe stato colpito da una crisi cardiaca con successivo arresto cardiocircolatorio. “L’ambulanza dello stadio ha perso minuti preziosi – spiega Alessandro Bini della società amnaranto – Io ero all’altezza del centrocampo perchè mi stavo ancora occupando della sostituzione di un giocatore quando ho visto che Morosini era a terra. Il medico è intervenuto subito”. La salma è  trasferita nell’obitorio dell’ospedale civile di Pescara. Il pm della Procura pescarese Valentina D’Agostino ha disposto l’autopsia.
“Credo che il giovane Morosini sia morto per un’aritmia cardiaca”, afferma il prof. Ciro Campanella, cardiochirurgo e primario all’ospedale San Filippo Neri di Roma, commentando in una nota la morte del calciatore del Livorno avvenuta oggi allo stadio di Pescara”.
“C’è la possibilità – prosegue Campanella – di individuare i soggetti aritmici ma i sistemi sono invasivi ed è difficile praticarli in maniera indiscriminata. Si tratterebbe di provocare con un catetere un’aritmia nei soggetti a rischio ma non sempre è possibile, anzi quasi sempre non lo è, poterli individuare”.
“Noi siamo a disposizione – conclude – sia del presidente Petrucci che del presidente Abete per qualsiasi incontro che possa servire ad evitare episodi che stanno avendo una frequenza eccessiva”.
Il mondo del calcio è sotto choc, la Figc decide per la sospensione dei campionati oggi e domani. Rinviate tutte le partite.
“Hai lottato fino alla fine, ciao grande Moro”, si legge nello striscione affisso all’esterno dello stadio Picchi di Livorno dove un piccolo gruppo di tifosi si è radunato.  C’è anche Paolo Venturi, presidente del Coordinamento dei club amaranto: “Non avevo ancora avuto il piacere di conoscerlo, ma sono pietrificato – dice Venturi – Un ragazzo di 26 anni vederlo morire così. Siamo rimasti incollati alla radio mentre si rincorrevano le notizie, ad un certo punto sembrava ce la facesse perchè a soccorrerlo dicevano ci fosse un medico del Pescara che è cardiologo. Poi è arrivata da Sky la notizia che non volevamo sentire. Davanti a una tragedia del genere passa tutto in secondo piano, non ci sono parole”. Il sito internet della società, nel frattempo, è andato in tilt per un sovraccarico di utenti.

 

(repubblica.it)

 

Morto Antonio De Nigris, bomber messicano del Larissa

Il 31enne si è spento per un attacco cardiaco. Vantava 16 presenze e 4 gol con la maglia del Messico, di cui uno al Brasile

 

di Redazione Sportlive.it 16 novembre 2009

 

E’ morto a Larissa, in Grecia, Antonio De Nigris, centravanti messicano della squadra locale. Il 31enne si è spento probabilmente per un attacco cardiaco. Il giocatore, 16 presenze e 4 gol con la maglia verde del Messico, di cui uno al Brasile, si era accasato nella società greca lo scorso agosto, dopo essersi svincolato dal club turco Ankaragücü. Pare sia giunto già morto al suo arrivo al Larissa University Hospital. Lascia la moglie Sonia e la figlia Miranda, di 5 anni. L’autopsia accerterà con precisione la causa della morte.

 

(Sportlive.it)

 

Nuova tragedia in campo.
Muore giocatore in Israele.

Chaswe Nsofwa, 27enne zambiano dell’Hapoel Beersheva, squadra di seconda divisione, si è accasciato sul campo mentre si stava allenando con i compagni ed è deceduto poco dopo in ospedale. Ancora sconosciute le cause del suo decesso.

Chaswe Nsofwa, a destra, aveva 27 anni.

GERUSALEMME, 29 agosto 2007 – Incredibile. Mentre la Spagna piange Antonio Puerta, in Israele un altro calciatore muore su un campo di calcio. Si chiamava Chaswe Nsofwa, era un giocatore zambiano dell’Hapoel Beersheva, squadra della seconda divisione del campionato israeliano. Nsofwa è deceduto dopo una partita di allenamento a Beersheva, località del sud di Israele. A riferirlo sono fonti ospedaliere del posto. Nsofwa, 27 anni, si è accasciato sul campo ed è stato immediatamente trasportato da un’ambulanza in un ospedale locale, dove però è deceduto poco dopo. Ancora sconosciute le cause del suo decesso.

(gazzetta.it)

 

Muore giovane calciatore di 22 anni per un malore

Un malore, quasi alle tre di notte, mentre si trovava in macchina con alcuni amici in un parcheggio lungo la via di Montramito. Poi la corsa al Pronto Soccorso dell’Ospedale Unico “Versilia”, in codice rosso, con un’ambulanza della Misericordia, i tentativi da parte del medico del 118 di rianimarlo risultati tutti inutili. La giovane vita di Iacopo Michelucci, centrocampista nella squadra di calcio del Pian di Conca, si è spenta. Nell’incredulità degli amici e dei parenti. “Non si può morire così, ad appena ventidue anni – si dispera il cognato”.

Il ragazzo, poche ore prima, aveva disputato una partita di calcetto, poi era andato con i compagni a bere una birra in un pub della Darsena. Dopo aver riaccompagnato a casa la fidanzata Martina, e prima di tornare a casa, si era fermato a fare due chiacchiere con alcuni amici trovati per caso per strada. Sono stati loro ad allertare i soccorsi, quando Iacopo ha iniziato a sentirsi male. Secondo il medico legale della Asl 12 Versilia Alessandro Grazzini, che ieri pomeriggio ha eseguito i prelievi del sangue e dell’orina per escludere la presenza di sostanze stupefacenti e questa mattina effettuerà l’autopsia sul corpo del ragazzo, la morte di Iacopo Michelucci potrebbe essere avvenuta o per un aneurisma o per arresto cardio–circolatorio, causato da una malformazione congenita.
Sarà l’esame autoptico a rivelare il perchè della morte. Mentre i genitori, la mamma casalinga e il babbo titolare di un negozio di frutta e verdure nel centro di Stiava, hanno autorizzato l’espianto degli organi la data del funerale non è stata ancora fissata. Jacopo, promessa del calcio, aveva giocato anche nelle giovanili dell’Empoli, ha lasciato nello sconforto, oltre ai genitori, la fidanzata e gli amici, anche i due fratelli Matteo, nella cui ditta lavorava come muratore, e Tiziano.

 

L.T.

 

(viareggino.it)

 

15-05-2010

Muore in campo Lorenzo Giannandrea, giovane calciatore dell’Agora Santa Rita.

Il 19enne, dato in prestito alla società apriliana Rondinelle, si è sentito male in campo. Sugli spalti i genitori.

Lorenzo Giannandrea, 19 anni di Latina è deceduto nel corso di una partita tra la squadra delle “Rondinelle” di Aprilia e Latina giocata venerdì sul campo dello stadio “San Lorenzo” di Priverno. Lorenzo, giocatore della formazione apriliana, si è sentito male in campo. Il gioco è stato subito fermato ma nonostante l’arrivo immediato dei soccorritori del 118 non c’e’ stato nulla da fare. Il giovane è morto durante il trasporto all’ospedale Fiorini di Terracina. Lorenzo, tesserato con l’Agora Santa Rita, era stato dato in prestito alla società apriliana per l’importante torneo ‘Cesidio Fabrizio’ che con molta probabilità sarà sospeso. “La morte di Lorenzo ha spiazzato tutti – ha tenuto a precisare il direttore generale dell’Agora Santa Rita, Benito De Filippis – C’è grande dolore, perché Lorenzo era la vita e ancora adesso non c’è spiegazione a questa morte, al decesso di un ragazzo del ’91 pieno di vita. Lascia un vuoto in noi e in tutti quelli che in questi anni hanno avuto modo di apprezzarlo e di volergli bene. E’ una morte che ci lascia basiti, impietriti di fronte, soprattutto, al dolore di papà Gianni e mamma Elisabetta”. Tutta la società, con in testa il presidente, Fabrizio Chirizzi, si stringe intorno alla famiglia Giannandrea, per la scomparsa non solo di un grande giocatore, ma anche di un grande uomo.

 

(latinanotizie.it)

 

Muore in campo mentre arbitra

Un altro caso di morte improvvisa nello Sport: Muore in campo mentre

Il 22 dicembre è morto un giovane direttore di gara di 18 anni, deceduto mentre dirigeva una gara del campionato veneto Giovanissimi, tra Intrepida e Olimpia Stadio, a Verona, nel campo da gioco di via Adamello. Lorenzo Modena ha perso la vita per un arresto cardiaco mentre stava arbitrando. Due anni fa aveva sostenuto l’esame da arbitro presso la Sezione di Verona. Lorenzo era uno dei 31.640 arbitri italiani che espletano regolarmente attività sportiva per conto delle federazioni. A dieci minuti dall’inizio della gara – racconta il presidente del Comitato regionale veneto degli arbitri, Tarcisio Serena – Lorenzo si è improvvisamente accasciato a terra, colpito da un malore.
Soccorso immediatamente, il ragazzo è stato caricato in ambulanza, ma è morto durante il trasporto al Policlinico Borgo Roma di Verona.

L’incidente mortale accorso al giovane arbitro ci porta ancora una volta a riflettere sulle carenze e sulla prevenzione della morte improvvisa. Nel caso del giovanissimo Lorenzo Modena i problemi emersi sono di 2 tipi: da un lato la mancata prevenzione e dall’altro la carenza nella assistenza nel primo soccorso. Lo sport di massa è in continua crescita e offre prospettive molto positive per il benessere delle persone ma nello stesso tempo richiede un nuovo e piu’ efficace sistema di assistenza medica. Non tutti i giovani che si avvicinano allo sport sono nelle condizioni di potersi sottoporre a sforzi agonistici e pur tuttavia spesso non vengono fermati e anzi superficialmente invogliati a proseguire. Sgombriamo il campo da dubbi: il giovane Lorenzo è morto non per un infarto in campo ma per lo scatenarsi di una fibrillazione ventricolare che ha causato entro pochi minuti la morte improvvisa.

Si poteva prevenire? La risposta è affermativa. Infatti se si fossero seguiti scrupolosamente i protocolli cardiologici per il giudizio di idoneità allo sport agonistico pubblicate dalla Società Italiana di Cardiologia dello Sport nel 2003 (Linee Guida COCIS) che hanno individuato le cardiopatie congenite che per gravità e complessità controindicano la pratica sportiva agonistica, il giovane Lorenzo non sarebbe stato idoneo dalla attività fisico sportiva. Probabilmente avremmo avuto un ottimo arbitro in meno ma un giovane ancora vivo.

In Italia abbiamo una delle normative di prevenzione sanitaria nello sport più avanzate d’Europa. Basta solo attuarle per tutti coloro che praticano attività sportiva a qualsiasi livello. Il certificato di idoneità allo sport è stato sostituito dal 1 settembre 2004 dal libretto sanitario dello sportivo nel quale vengono registrate annualmente le idoneità alle attività sportive agonistiche e non agonistiche.

Anche per quanto riguarda il primo soccorso dovremmo fare alcune considerazioni: il primo intervento è stato eseguito efficacemente? Se si fosse praticato un massaggio cardiaco e usato un defibrillatore esterno si poteva evitare la morte improvvisa? Tutto questo è mancato. Da molti anni ormai con la Società Italiana di Cardiologia stiamo adoperandoci per insegnare a volontari non sanitari le manovre di primo soccorso, ma soprattutto nell’ambito del mondo dello sport c’è ancora molto lavoro da fare. Un intervento immediato può risultare decisivo nei tanti casi di emergenza sanitaria collegati alla pratica sportiva a livello amatoriale oltre che professionistico. E’ perciò importante creare nel nostro Paese la cultura al primo soccorso fra tutti gli operatori dello sport, dai dirigenti ai tecnici, dagli accompagnatori ai gestori delle palestre, dai massaggiatori ai custodi degli impianti senza aspettare che capitino altri casi mortali come quello di Lorenzo. Campi di calcio, piste di atletica, piscine, rings, campi da tennis, palestre, impianti sportivi di ogni genere nei quali allenatori e atleti stessi potrebbero trovarsi ad essere testimoni di un arresto cardiaco. Oltre agli atleti non è da sottovalutare la presenza di molte persone all’interno dell’impianto sportivo, alcune delle quali potrebbero essere portatrici di fattori di rischio talora sconosciuti. Gli allenatori e gli istruttori sono il personale di prima linea in questi casi, ma non sempre sono presenti perché molti centri sportivi ne hanno pochi. Coloro che devono essere addestrati al riconoscimento di un arresto cardiaco sono le persone sempre presenti, ossia allenatori e compagni di squadra. Anche se diversi centri sportivi si stanno attrezzando con defibrillatori il personale presente deve comunque essere addestrato all’uso e al primo soccorso (BLSD). Tra le responsabilità del medico sportivo e di squadra si segnalano tra le altre, quella di disporre di un adeguato training per il soccorso iniziale alle emergenze cardiovascolari da sport, in attesa dell’attivazione e dell’arrivo del 118. Costituisce, ormai, uno standard assistenziale richiesto la disponibilità sul campo, durante le gare, e in corso di allenamento, dei defibrillatori semiautomatici esterni . Per la loro facilità di utilizzo e per la sicurezza di efficacia del loro impiego, essi vanno utilizzati subito. I defibrillatori semiautomatici sono ormai ampiamente disponibili in molte realtà del mondo sportivo, professionistico, e semiprofessionistico, nazionale, regionale. In attesa dell’arrivo del 118 sono proprio i soccorritori occasionali ad effettuare, l’importantissimo atto della defibrillazione precoce, unica terapia efficace nell’interrompere aritmie maligne causa della morte improvvisa.

 

 
Attualmente è in discussione al Senato una nuova legge “Nuove Norme in materia di utilizzo dei defibrillatori semiautomatici e automatici sul territorio” nella quale, tra gli altri, sono previsti tutti gli ambienti sportivi con obbligo ad avere un defibrillatore e personale abilitato all’uso. Ci auguriamo che il Senato possa licenziare presto questa nuova legge per evitare nel futuro altri terribili episodi come quello avvenuto al giovane Lorenzo.

 

Dott Maurizio Santomauro
Specialista Cardiologo
Presidente Associazione
Italiana Emergenze Cardiocircolatorie (GIEC)
Dipartimento Scienze Cardiovascolari
Policlinico Federico II Napoli
tel 081 7463677
santomau@unina.it

 

(ordinemedicinapoli.it)

 

Nessuno utilizzò defibrillatore per tentare di salvare Morosini.

Ce n’erano tre, ma non sono stati utilizzati né in campo né sull’autombulanza. I medici presenti confermano: “Non sapevamo neanche se ci fosse”. In serata il feretro è arrivato a Bergamo

di GIUSEPPE CAPORALE

PESCARA  -  Non è stato usato nessun defibrillatore per tentare di salvare la vita di Piermario Morosini nei drammatici e concitati minuti successivi a quel maledetto trentunesimo minuto di gioco di Pescara-Livorno. Non sono stati utilizzati i due defibrillatori che pure erano disponibili in campo, e non è stato usato il defibrillatore presente all’interno dell’autoambulanza, in quel viaggio disperato (iniziato anche con cinque minuti di ritardo a causa del blocco causato dall’auto dei vigili di Pescara). Sono due i medici presenti al momento dei soccorsi a confermare il mancato utilizzo dei tre defibrillatori. E le loro testimonianze assieme al risultato dell’autopsia potrebbero diventare decisive per l’inchiesta appena avviata dalla procura di Pescara con l’ipotesi di “omicidio colposo”. Già perché ora dopo l’esame del medico legale Cristian D’Ovidio si sa che Morosini è rimasto in vita almeno altri dieci minuti. “Si muoveva, aveva le convulsioni” racconta Marco uno dei soccorritori del 118. Morosini – ha stabilito l’autopsia – anche se aveva il “cuore fermo”, era vivo. Nessun aneurisma. Nessun infarto. Niente di fulminante. Il giovane calciatore è stato vittima di un arresto cardiaco, il cuore ha smesso di pompare provocando “l’azzeramento della gettata cardiaca e l’annullamento della profusione dei vari organi”. È morto, quindi, tra le braccia dei suoi soccorritori che cercavano di rianimarlo. Ma ora si dovrà far luce sulla “qualità”

di quell’intervento in emergenza. Racconta Ernesto Sabatini, medico del Pescara: “Quando sono arrivato sul terreno di gioco per soccorrerlo c’era già in azione lo staff del Livorno insieme al nostro massaggiatore. Io mi sono occupato solo del massaggio cardiaco. Il defibrillatore? Non è stato usato, non sapevo nemmeno che ci fosse”.
In base alla ricostruzione del personale del 118 presente a bordo del campo era il medico del Livorno in quel momento il sanitario “guida” colui che avrebbe dovuto dirigere i soccorsi. E a cui sarebbe toccato il compito di decidere se utilizzare o meno il defibrillatore. Poi c’è stato il “pasticcio” dell’autoambulanza ed è a quel punto che è arrivato sulla “scena” dell’ ermergenza il primario dell’ospedale civile di Pescara Leonardo Paloscia che è salito con il giocatore sull’autombulanza. E anche lì, nessuno ha utilizzato il defibrillatore. “Si è vero, non è stato utilizzato” risponde Paloscia “ma non so quanto possa essere influente considerando che il tragitto fino all’ospedale è stato molto breve, appena tre minuti”. Solo in ospedale, dopo ben oltre i dieci minuti forse decisivi per Morosini un defibrillatore è stato collegato al corpo del povero ragazzo.
Intanto, il corpo del ragazzo nella serata è arrivato a Bergamo. Ad aspettare il feretro, vicino allo stadio, c’erano centinaia di tifosi nerazzurri con striscioni e bandiere. Con loro c’erano anche l’allenatore dell’Atalanta Stefano Colantuono, Stefano Percassi, il figlio del presidente, e Pierpaolo Marino, direttore tecnico.
Quando l’auto funebre è arrivata in viale Giulio Cesare è partito un lunghissimo applauso, tra la commozione generale. Un tifoso ha deposto una corona di fiori sulla vettura, che poi è ripartita verso la vicina chiesa parrocchiale di Monterosso, distante circa un chilometro. Come previsto, il corteo dei sostenitori nerazzurri si è accodato e l’ha seguita fino alla camera ardente, che aprirà domani mattina alle 9 per consentire agli amici e a tutti i tifosi di rendergli l’ultimo omaggio.
Il suo cuore invece è rimasto a Pescara, almeno per il momento. È stato necessario asportare l’organo per consentire esami più approfonditi. Il medico legale Cristian D’Ovidio – che ha esaminato per oltre cinque ore il cadavere del ragazzo – vuole verificare con attenzione la “leggera” malformazione congenita che pare emergere da una prima “ricognizione visiva”. E per fare questo occorre un esame specifico che richiede tempo. Resta poi un altro fattore da chiarire. Sempre durante la “ricognizione visiva” D’Ovidio ha individuato nello stomaco del giovane “un elemento esterno”, probabilmente ingerito poco tempo prima della partita: si tratta di “filamenti” che saranno analizzati e verificati attraverso un esame tossicologico. A seguire l’autopsia c’era anche un perito tossicologico, la dottoressa Simona Martello che nei prossimi giorni consegnerà la sua relazione nelle mani della procura di Pescara. Anche i successivi esami del dna – che saranno effettuati presso l’università Cattolica di Roma – potrebbero contribuire a fare chiarezza su un aspetto centrale: se l’arresto cardiaco fosse o no riattivabile. In sostanza, la procura punta a saperne di più non solo sui tempi dei soccorsi, ma sulla loro qualità. Certo è che l’esito dell’autopsia ha colto di sorpresa gli stessi inquirenti, soprattutto perché i commenti “a caldo” di diversi medici intervenuti sul posto raccontavano di una morte “sul colpo”. Ora si sa che non è andata così. Questa novità farà definitivamente decollare l’inchiesta della procura per omicidio colposo, per ora contro ignoti.
Nei prossimi giorni, i magistrati Cristina Tedeschini e Valentina D’Agostino interrogheranno (insieme agli agenti della Digos) tutto il personale medico che è intervenuto in soccorso del ragazzo e ricostruiranno la vicenda nei minimi dettagli. Sebbene siano ancora accese e in primo piano le polemiche sulla vicenda dell’automobile della polizia municipale parcheggiata in divieto di sosta – quella che ha ostacolato per alcuni minuti l’accesso dell’ambulanza allo stadio durante i soccorsi – per il momento il caso resta un fatto “secondario” per l’inchiesta: questo perché il primo soccorso al giocatore è stato portato dal personale a bordo del campo. Intanto, il collegio disciplinare del Comune di Pescara ha attivato nei confronti del vigile responsabile un procedimento disciplinare. Sono previsti un contraddittorio con processo interno e una sanzione disciplinare, che va da una sospensione minima di undici giorni fino a un massimo di sei mesi. La decisione sarà presa il 7 maggio. Fino a quella data l’ufficiale della polizia municipale non sarà in servizio: si è autosospeso.
(repubblica.it)

 

Perché tante morti nello sport?

 

Vigor Bovolenta

Bovolenta muore in campo. Mondo del volley sotto choc 

 

 

A CURA DI STEFANO SEMERARO

BOLOGNA

Vigor Bovolenta, ex azzurro di volley, è morto in campo a 37 anni per un problema cardiaco mentre disputava una partita di B a Macerata. È possibile che un atleta di alto livello sia vittima di malori del genere?

Sì, tanto che tragedie come questa rientrano in una casistica ben precisa che viene individuata dalla sigla Mis: Morte Improvvisa da Sport.
In Italia c’erano stati altri casi del genere?

Fra i più famosi quelli di Luciano Vendemini, pivot della nazionale di basket, che nel 1977 fu stroncato da un problema cardiaco legato a una malformazione congenita mentre si riscaldava prima del match fra la Jolly Forlì e la Chinamartini Torino, e di Renato Curi, il calciatore a cui oggi è intitolato lo stadio del Perugia, che morì in campo sempre nel 1977 durante Perugia-Juventus. Sullo stesso campo di Vendemini nel 1992 cadde anche Luca Bandini, 22enne playmaker della Virtus Imola.
Quali sono le cause di queste morti?

Nella stragrande maggioranza si tratta di cardiopatie o anomalie cardiache «silenti», cioè difficili da individuare con gli esami di routine, anche se approfonditi, a cui vengono sottoposti gli atleti. La causa più frequente (23%) delle Mis è la cardiomiopatia ventricolare destra aritmogena.
Siamo sicuri che i controlli siano sempre accurati?

La certezza assoluta non esiste. Ci sono esempi, come quelli dello sciatore Leonardo David, che hanno avuto lunghi strascichi giuridici. David morì nel 1985 per le conseguenze di una caduta nella discesa di Lake Placid nel 1979: gli fu concesso di gareggiare nonostante, dopo un capitombolo di qualche settimana prima a Cortina, avesse iniziato ad avvertire forti disturbi alla testa.

 
Chi è in Italia il responsabile dei controlli medici sugli atleti?

Per quanto riguarda i professionisti affiliati ad una società, è il medico sociale, figura introdotta dal decreto ministeriale del 1995. Il ruolo di medico sociale richiede un diploma di specializzazione in Medicina dello Sport e l’iscrizione in un apposito elenco presso la Federazione sportiva di appartenenza. Però…

C’è un inghippo?

Il decreto ministeriale ricordato («Norme sulla tutela sanitaria degli sportivi professionisti») ha limitato l’area degli sportivi professionisti ai praticanti di poche discipline: calcio, ciclismo, motociclismo, pugilato, golf e pallacanestro. Bizzarro.
Le decisioni del medico sociale vengono scavalcate?

Può capitare. Il presidente di una società, ad esempio, può autocertificare che un atleta è idoneo all’attività professionistica. Ovviamente in caso di guai sia il presidente sia il medico sociale dovrebbero risponderne.

Il Coni come può intervenire?

Può richiedere ulteriori esami nel momento in cui un atleta partecipa alle Olimpiadi o viene inserito nella lista dei cosiddetti PO, Probabili Olimpici. Se in seguito a un accertamento ordinato dal Coni le condizioni dello sportivo non sono giudicate idonee, di solito scattano nuovi controlli anche a livello societario.

Facciamo un esempio concreto nell’ambito del calcio: chi deciderà se Antonio Cassano potrà tornare a giocare?

In prima istanza lo specialista che lo ha in cura e che lo ha operato al cuore. Una volta ricevuto il primo nullaosta, Cassano dovrà ottenere l’ok anche da parte del medico sociale del Milan, il dottor Tavana.

Da problemi come quelli capitati a Bovolenta ci si può salvare?

Dipende da vari fattori. Ogni caso fa storia a sé, ma è fondamentale che l’assistenza in campo sia equipaggiata e tempestiva. Nel 1989 il centrocampista della Juventus Lionello Manfredonia crollò a terra durante una partita di campionato con il Bologna allo stadio Dall’Ara. Già allora a bordocampo era presente un defibrillatore, e grazie a quello Manfredonia fu rianimato e salvato.
Un po’ come è accaduto pochi giorni fa a Fabrice Muamba, il calciatore congolese del Bolton stramazzato in campo nel match contro il Tottenham?

Esatto. Il caso di Muamba è particolarmente impressionante perché sono servite 15 scariche di defibrillatore e 78 minuti per riportarlo alla vita. Ma senza quelle apparecchiature non avrebbe avuto scampo, come è accaduto purtroppo ad altri calciatori: Marc Vivien Foe, Miklos Feher, Domingos Gomes.
Il calcio è la disciplina più a rischio in questo ambito?

Secondo uno studio del 2009 dell’European Georges Pompidou Hospital di Parigi, chi rischia di più sono i ciclisti (33 % dei casi di Mis), mentre il calcio è terzo (12 %).

 

(lastampa.it)

 

Renato Curi:
Morte nel pomeriggio


In un freddo pomeriggio di ottobre a Perugia nel corso di un match con la Juventus, si consuma il destino del piccolo grande Renato Curi

 

La partita con la Signora del Trap è di quelle bloccate, marto­riata da una pioggia battente, su un terreno zuppo d’acqua, fatico­sissimo da tenere per i giocatori. Nel primo tempo Curi, uno dei migliori in campo per la puntua­lità della gestione della manovra, si infortuna leggermente in uno scontro con Causio. Nella ripresa tuttavia rientra, ma dopo cinque minuti, sotto la pioggia, si acca­scia improvvisamente al suolo.
Il gesticolare disperato dei giocato­ri juventini accanto a lui, BenettiBettega Scirea, fa pensare a qualcosa di grave, ma nessuno riesce a comprendere, non essen­dosi visti contrasti di gioco vio­lenti. Arriva la barella, il giocato­re esanime viene portato fuori dal campo.
I medici del Perugia gli praticano due iniezioni, il massaggio cardiaco, la respira­zione bocca a bocca: Curi è pao­nazzo, il battito del cuore è incep­pato. Mentre la partita, tra com­pagni e avversari ignari, prose­gue, viene caricato su un’au­toambulanza e portato al Policli­nico di Perugia. Dove tuttavia ar­riva praticamente cadavere: i tentativi di rianimarlo proseguo­no per una quarantina dì minuti, finché, alle 16,30 (in lugubre, perfetta contemporaneità con la fine della partita fischiata dal­l’arbitro Menegali) il giocatore viene dichiarato ufficialmente morto. Una fine terribile per la sua fulmineità.

Come sempre accade, un atti­mo dopo sì scatenano le polemiche. Si apprende che il giocatore ammetteva senza problemi, scherzandoci su, di avere “il cuo­re matto”, dunque i medici po­trebbero avere avuto qualche responsabilità nella sua tragica fine. Perché non gli era sta­to impedito di mettere a repen­taglio la propria vita? E poi: il giocatore era reduce da un infor­tunio a una caviglia, fino all’ulti­mo la sua presenza in campo era stata incerta.
Curi era importan­tissimo per il gioco del Perugia e anche dal punto di vista psicolo­gico contava averlo in campo: suo era stato il gol alla Juventus che nell’ultima giornata del campionato 1975-76 aveva sottratto lo scudetto alla Signora, regalan­dolo al Torino. «In termini clini­ci» aveva assicurato il medico del Perugia alla vigilia «il gioca­tore è perfettamente guarito: le uniche perplessità riguardano la sua attuale tenuta atletica». E al­lora non era stato forse forzato quel rientro? Due giorni dopo, martedì 1 novembre, la “Gazzet­ta dello Sport” annuncia: «Curi non è stato fermato in tempo». Decisiva la dichiarazione del pro­fessor Severi, autore dell’auto­psia: «È stata trovata una malattia cronica del cuore capace di dare morte improvvisa».
Le pole­miche sì scatenano furiose, per placarsi a poco a poco, secondo consolidato quanto cinico copio­ne, dopo qualche giorno, sull’ur­gere dì altre attualità. Il compa­gno di squadra Lamberto Boranga, portiere e medico, avanza l’ipotesi che il giocatore conosces­se i rischi cui andava incontro, ma li mettesse nel conto della sua passione per il calcio, cui gli sa­rebbe parso impossibile rinun­ciare.

Ma chi era Renato Curi? Non un campione nel senso pieno del termine, forse stava diventando­lo, come spesso capita al culmi­ne di carriere nate in sordina e costruite con serietà e professio­nalità anno dopo anno.
Era nato ad Ascoli Piceno il 20 settembre 1953 ed era cresciuto nel Giulianova, con cui aveva esordito in Serie D. Quattro stagioni, con la promozione in C, e il posto da ti­tolare a diciassette anni, segno di un talento autentico. Instanca­bile motorino di centrocampo, aveva il dono di saper far girare i compagni, trovandosi sempre nel vivo del gioco. A vent’anni, la prima occasione gliel’aveva of­ferta il Como, ma quella stagione in B non era stata esaltante. Al­lora lo aveva preso Castagner al Perugia, venendone ripagato con la pronta promozione in A. Un evento storico, così come la bril­lantissima salvezza dell’anno successivo. L’umile gregario, avanzando l’esperienza, si sco­priva regista di eccellente pun­tualità anche nella massima se­rie.

Riaffiorano i brividi, sull’onda di un singolare scambio via radio. «Scusa Ameri, qui a Perugia…» «Ho già capito tutto, Ciotti, e ti passo la linea». Ma il grande En­rico Ameri non poteva immagi­nare, come tutti gli sportivi in ascolto quella maledetta dome­nica, che Sandro Ciotti non chie­deva il collegamento per intervi­stare qualche personaggio cattu­rato al volo dopo il calcio minu­to per minuto, ma per consegna­re un terribile annuncio: «Il cen­trocampista Curi del Perugia è morto».

Domenica 30 ottobre 1977. A Perugia, nello stadio di Pian di Massiano, si gioca Perugia-Ju­ventus. Gli umbri, guidati da Ila­rio Castagner, sono protagonisti di un piccolo miracolo di provin­cia e benché il campionato tocchi quel giorno appena la quinta giornata, il primo posto in gra­duatoria a pari merito con le grandi Juventus e Milan ha acce­so nuovamente i riflettori su que­sta nuova realtà del calcio italia­no. Fatta di un modulo in qualche modo “totale” (in omaggio alla moda dei tempi), che significa so­prattutto una squadra in cui tutti corrono e si sacrificano per il bene comune. E in cui peraltro non mancano individualità magari non di assoluto spicco, ma certo di valore. Se Novellino ha le stimmate del campione, due centrocampisti, il regista Curi e l’interno Vannini, l’uno il più pic­colo del torneo (1,65) l’altro l’a­nima più lunga (1,90), sono con­siderati esponenti tipici delle mi­gliori qualità della provincia. Hanno classe insomma, e posso­no portare lontano la squadra.

 

 

(storiedicalcio.altervista.org)

 

Dramma in Michigan: segna il canestro della vittoria e muore di infarto

 

(ANSA)

Dramma in un liceo del Michigan dove il cestista Wes Leonard è morto per infarto dopo aver segnato il canestro decisivo tra i Blackhawks e i Bridgman Bees.

La partita era ferma sul 55 pari e all’ultimo istante Wes Leonard ha scagliato il tiro della vittoria. Il suo giovane cuore ha però patito l’eccessiva emozione e dopo pochi istanti il ragazzo si è accasciato perdendo i sensi. A nulla è valso l’intervento dei medici e il massaggio cardiaco effettuato tempestivamente sul ragazzo: Leonard è stato trasportato all’Holland Hospital dove è però arrivato già morto solo 20 minuti dopo. Sul ragazzo sarà effettuata un’autopsia ma la morte sembra da attribuire ad un arresto cardiaco.

 

(panorama.it)

 

Stroncato mentre si allena.
Minuto di silenzio in Lombardia.

La formazione della squadra del Dalmine Futura 2009/2010: Damiano è il quarto in piedi da sinistra (Foto by Archivio2)

Avrebbe compiuto 19 anni fra poco più di un mese. Invece la sua vita si è spenta su un campo da calcio, a Dalmine. Si è accasciato a terra, è stato rianimato, è stato portato in ospedale e sottoposto a ogni tipo di terapia nel tentativo di strapparlo alla morte. Tutto inutile.

La nuova tragedia si è consumata mercoledì sera durante un allenamento della squadra del Dalmine Futura. Soccorso immediatamente, il giovane calciatore è stato portato agli Ospedali Riuniti di Bergamo: ma ogni tentativo dei medici è stato inutile. È morto intorno alle 23,30.

Si chiamava Damiano Capitanio e abitava a Bergamo in via Don Guanella con i genitori e due sorelle di 17 e 15 anni: quest’anno giocava per la squadra del Dalmine Futura, in Prima categoria, ma era arrivato in prestito da Arcene.

Quando il 19enne si è accasciato a terra sono subito accorsi i suoi compagni: allenatore e dirigenti hanno chiesto aiuto al 118, che ha inviato sul posto una ambulanza. I sanitari hanno tentato una immediata rianimazione, poi la corsa disperata verso gli Ospedali Riuniti di Bergamo. L’intervento dei sanitari è continuato senza sosta, ma intorno alle 23,30 il cuore del ragazzo ha cessato di battere. È quasi certo che a strappargli la vita sia stato un infarto e l’autopsia effettuata giovedì 22 lo avrebbe confermato.
Damiano si era iscritto alla facoltà di Scienze motorie e nei test d’ingresso si era classificato primo su 600 candidati. Distrutto l’allenatore del Dalmine Futura, Giorgio Gigli, che ha commentato tra le lacrime: «Stavamo facendo lavoro atletico quando Damiano si è accasciato, abbiamo pensato nei primissimi istanti a un malore, ma poi si è intuito che era qualcosa di molto grave. Abbiamo tentato di rianimarlo, inutilmente, e purtroppo abbiamo capito che lo stavamo perdendo. Mi è praticamente morto tra le braccia. Per me era come un figlio. Dopo averlo allenato ad Arcene, lo avevo voluto io al Dalmine Futura».

Nel dolore della famiglia e dei tanti amici di Damiano, il funerale sarà celebrato sabato 24 ottobre alle 10 nella chiesa parrocchiale del quartiere di Redona. Nel frattempo è stato sospeso il match in programma domenica 25 ottobre alle 14.30 tra il Dalmine Futura e l’Almè: in campo sarebbe sceso anche Damiano. Sospese per lutto tutte le partite in programma nel fine settimana delle squadre giovanili del Dalmine Futura e dell’Oratorio San Giuseppe di Dalmine. E il Comitato Regionale Lombardo ha indetto per sabato e domenica un minuto di silenzio su tutti i campi della regione.

Quello di Damiano è il secondo dramma che si è consumato in pochi giorni nel mondo dello sport della nostra provincia: domenica 18 novembre un 54enne era morto a Mornico pochi istanti dopo aver calciato un rigore.

 

(ecodibergamo.it)

 

Il centrocampista Marc Vivien Foé si è accasciato esanime al suolo ad un quarto d’ora dalla fine della semifinale contro la Colombia.
Tragedia alla Confederation Cup muore giocatore del Camerun.

 

LIONE (Francia) - Un arresto cardiaco la cui natura deve essere ancora chiarita ha stroncato stasera la vita di Marc Vivien Foe, centrocampista del Camerun che stava giocando a Lione la semifinale della Coppa delle Confederazioni di calcio. Il Camerun si è qualificato per la finale battendo la Colombia per 1-0, ma non è sicuro che si potrà giocare la finale (è in programma per domenica), perché la squadra africana, riunita in spogliatoio comprensibilmente sconvolta, ha fatto sapere che farà conoscere più in là la decisione al riguardo.
Mancava un quarto d’ora alla fine della partita, quando il giocatore si è accasciato esanime a terra. E’ stato portato subito a bordo campo dai medici delle due squadre che gli hanno applicato un respiratore artificiale. Poi è stato trasportato al pronto soccorso dello stadio di Lione dove si è tentato inutilmente di rianimarlo.

Foe, 28 anni di età, centrocampista dal fisico poderoso, aveva giocato 65 partite in nazionale: era in squadra nell’Olympique di Lione, ma aveva giocato l’ultima stagione in prestito al Manchester City; era stato inoltre precedentemente ingaggiato dal West Ham United (inglese) e dal Lens (francese), per giocare nei rispettivi campionati nazionali.

Il decesso è stato confermato ad una conferenza stampa dal responsabile medico della Fifa al torneo di Lione, Alfred Mueller: “Devo darvi un’informazione tristissima, il giocatore Marc-Vivien Foe è morto”. “Dopo averlo portato fuori campo – ha proseguito Mueller – lo abbiamo portato al pronto soccorso, ma il cuore si era fermato. I medici francesi gli hanno praticato la rianimazione per 45 minuti, e purtroppo, durante quei 45 minuti, non abbiamo avuto alcuna reazione”.

“Questo – ha concluso Mueller – è un giorno molto triste per il calcio, per la Fifa e per la famiglia del giocatore. Per ora questo è tutto ciò che possiamo dire”. Foe non aveva potuto giocare la Coppa del Mondo del 1998 a causa di un infortunio (frattura ad una gamba) e nell’estate 2000 era stato colpito dalla malaria. Ma poi si era ripreso benissimo, tanto che nella Coppa del Mondo 2002 giocò tutte e tre le partite del Camerun, prima dell’eliminazione della squadra africana dal torneo.

Nel dopopartita negli spogliatoi ci sono stati momenti di grande commozione, lacrime, poi un silenzio durante il quale i giocatori delle due squadre hanno pregato insieme. Lo ha raccontato il delegato stampa della Fifa Hedi Hamel che era presente negli spogliatoi. “Tutti i giocatori – ha detto il funzionario della Fifa – erano in stato di shock assoluto. Ci sono stati momenti di grandissima commozione, poi i giocatori della Colombia, ancora in tenuta da gioco, sono andati da quelli del Camerun dicendo che volevano pregare assieme a loro. Così in molti si sono inginocchiati e lo hanno fatto”.

 

(repubblica.it)

 

Tragedia in Scozia: muore dopo malore in campo il capitano del Motherwell.

Phil O’Donnel aveva 35 anni.

Tragedia nella massima divisione del calcio scozzese. Il capitano del Motherwell Phil O’Donnel è morto poco dopo essere stato ricoverato in seguito ad un malore avvenuto in campo, durante la partita contro il Dundee United. La notizia della morte di O’Donnel è stata confermata anche da fonti di polizia.

Il giocatore, 35 anni, si è accasciato al suolo verso la fine della partita, al momento della sua sostituzione. E’ stato immediatamente trasportato con una barella sull’ambulanza che lo ha poi portato in ospedale. O’donnel aveva cominciato la sua carriera da calciatore con il Motherwell nel 1991, all’età di 18 anni. Successivamente ha vestito la maglia del Celtic e dello Sheffield, in Inghilterra, prima di ritornare al Motherwell.

(sampdoria.forumfree.it)

 

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